“Comunicare, un successo!”
È il titolo del nuovo libro di
Igor Righetti edito da Utet con gli strumenti per lavorare nel mondo della
comunicazione: dalla radio alla tv, dai giornali ai nuovi media, dalle
relazioni pubbliche agli uffici stampa, dal marketing alla pubblicità. Utile
anche a tutti coloro che vogliono comprendere i meccanismi che regolano
l'informazione in Italia
In libreria il nuovo volume di Igor Righetti pubblicato da
Utet Università “Comunicare, un successo!” con sottotitolo “La cassetta degli
attrezzi per lavorare nel mondo della comunicazione e dell’informazione”. La
peculiarità del libro è data dalla concretezza del pensiero; l’obiettivo è
quello di fornire gli strumenti utili per poter operare nei settori della
comunicazione e del giornalismo.
Grazie
alla sua vasta esperienza (maturata sul campo in oltre vent’anni di carriera
nonostante la giovane età) Igor Righetti, giornalista professionista,
autore e conduttore radiotelevisivo e docente di Teoria e tecnica del
Linguaggio radiotelevisivo all’università di Roma Tor Vergata, fornisce in
questo libro tutti gli strumenti necessari a chi si occupa o si vuole occupare
di comunicazione e di giornalismo. Preso atto che le lezioni di stile lasciano
il tempo che trovano, il volume si concentra sugli aspetti pratici, sui trucchi
del mestiere, su quelle mille piccole cose che sono il pane quotidiano di chi
lavora nella comunicazione a tutti i livelli: dal giornalismo all’ufficio
stampa, dall’autore al conduttore radiotelevisivo, dal marketing alle relazioni
pubbliche, dal creativo fino all’organizzatore di eventi. Per questo il libro
di Igor Righetti (grazie anche ai contributi di 47 tra i maggiori professionisti
del settore) è un punto di partenza insostituibile. Non soltanto, la forma di
workshop aperto che ha questo libro, fa sì che le varie esperienze vengano
messe a confronto tra loro: così il lettore può cogliere i differenti punti di
vista, le sfaccettature e le varie tecniche o le pratiche del mestiere.
“Comunicare,
un successo!” è un testo indispensabile per gli studenti delle facoltà di
Scienze della comunicazione, Scienze politiche, dei corsi di laurea in
Relazioni pubbliche, delle scuole di giornalismo, pubblicità, design, moda. È
importante anche per i professionisti della comunicazione (giornalisti, autori
e conduttori radiotelevisivi, imprenditori, manager, addetti stampa, direttori
comunicazione, direttori creativi, politici, consulenti di comunicazione
eccetera). Un libro utile, inoltre, a tutti coloro che vogliono capire i
meccanismi che regolano il mondo della comunicazione e dell’informazione.
Le
prefazioni sono di Lorenzo Del Boca (presidente del Consiglio nazionale
dell’Ordine dei giornalisti), Massimo Egidi (rettore università Luiss “Guido
Carli”), Alessandro Finazzi Agrò (già rettore dell’università di Roma Tor
Vergata) e Giovanni Puglisi (rettore della Libera università di lingue e
comunicazione Iulm di Milano).
Il
libro è diviso in sezioni: “Infotainment e
crossmedialità”, “Il linguaggio
radiotelevisivo”, “Scrivere per la tv tra programmi e
fiction”,
“Creatività e pubblicità”,
“Giornalismo”, “L’informazione
televisiva”, “La
comunicazione pubblica”, “La comunicazione politica”,
“I nuovi media”, “La
comunicazione d’impresa e le relazione pubbliche”,
“L’ufficio stampa”,
“L’importanza della marca”, “Lobbying”,
“Comunicare con la voce”, “Il casting
cinematografico”.
“Le
librerie - dice Igor Righetti - pullulano di volumi sulla storia del
giornalismo, sulle tecniche di scrittura e sulla comunicazione realizzati da
accademici e professionisti, ma ho sentito il bisogno, manifestato da tanti
studenti e da giovani professionisti, di creare un libro che non raccogliesse
soltanto l’esperienza di un singolo (la mia) ma che si confrontasse assieme a
quella di altri 47 grandi personaggi: giornalisti, autori televisivi, direttori
comunicazione e docenti universitari, amministratori delegati e presidenti di
molte grandi società italiane, politici, direttori creativi e numerosi
professionisti del mondo della comunicazione che hanno accolto in modo
spontaneo ed entusiastico, lontani da ogni formalità di ruolo, la richiesta di
dare il proprio contributo alla conoscenza del ‘saper fare’. Perché, come dico
con un mio aforisma, ‘Oggi comunicare è alla base, ma chi è all’altezza?’. E in
una società dell’immagine come l’attuale essere visibili significa esistere”.
Autore:
Igor Righetti
Titolo:
Comunicare, un successo!
Sottotitolo:
La cassetta degli attrezzi per lavorare nel mondo della comunicazione e
dell’informazione
Formato:
14 x 20,5
Pagine:
340
Prezzo:
19 euro
UTET
Università
L’autore
Igor
Righetti è giornalista professionista, docente universitario di Giornalismo e
Linguaggi radiotelevisivi in numerose università pubbliche e private, saggista,
autore e conduttore radiotelevisivo, attore di cinema con Pupi Avati e in
numerose fiction tv, autore e interprete musicale con Donatella Rettore.
Ha
scritto per La Stampa, La Nazione, L’indipendente, Il Sole 24 Ore, Libero,
Milano Finanza, Il Giornale, Italia Oggi (dove ha curato anche la pagina
settimanale “ComunicAteneo”, notizie e informazioni sul mondo universitario
della comunicazione) e per i periodici La Repubblica Affari & Finanza, I
viaggi di Repubblica, Panorama Travel, Capital, Class, Max, Men’s Health,
Archeo e Archeologia Viva. Attualmente collabora con numerosi quotidiani e
periodici nazionali.
Il suo
stile di conduzione ricorda gli anchormen anglosassoni: per questo suo modo di
comunicare viene definito dalla critica il “David Letterman italiano”. È stato
dirigente di multinazionali come Ericsson nella funzione di capo ufficio stampa
e web content manager, capo ufficio stampa dell’Istituto Poligrafico e Zecca
dello Stato, direttore comunicazione di Pineider 1774. Ha curato le relazioni
con i media di Sony-Ericsson e diretto il mensile “Lettere”. Voce fuori
dal coro e innovatore nel Dna sperimenta ogni genere di mezzo di comunicazione.
Ama le contaminazioni e le integrazioni di generi e di linguaggi diversi come
il suo illustre prozio Alberto Sordi. Proprio come lui è divenuto popolare
grazie alla radio e al fortunato programma che ha ideato e condotto dal 2003 a
gennaio 2009 su Radio 1 Rai “Il ComuniCattivo”, la prima trasmissione
crossmediale che analizza il nostro modo di comunicare in tutti gli ambiti
(1.400 le puntate andate in onda). Ha scritto i libri “Prove tecniche di
comunicazione” e “Il ComuniCattivo e la sua vena creativa” (Guerini e Associati
editore). Con Baldini Castoldi Dalai ha pubblicato “Come ammazzare il tempo
senza farlo soffrire”. A gennaio di quest’anno con De Agostini ha dato alle
stampe “Felici come mosche in un Paese in stitici”, terzo libro della saga del
ComuniCattivo.
Per il suo linguaggio innovativo Righetti nel 2005 ha ricevuto il premio
nazionale di cultura nel giornalismo “Penna d'oro” nella sezione arte e
letteratura. Nel 2006 gli è stato assegnato il “Grand Prix Corallo Città di
Alghero” per aver ideato un linguaggio moderno dove l'informazione e la cultura
vanno di pari passo con l'ironia e l'intrattenimento. Nel 2007 ha ricevuto il
“Leggio d'oro” come “Voce dell’anno, la più rappresentativa dell’informazione
radiofonica”. Come autore e conduttore televisivo ha realizzato numerosi
programmi d'informazione, multimedialità, nuove tendenze e cultura su
Videomusic, RaiTre, RaiDue. Nel 2004, su Radio 1, ha ideato e condotto il
format del primo radio reality “In radio veritas, la parola alla parola” al
quale parteciparono, tra gli altri, Mario Monicelli, Renzo Arbore, Giorgio
Albertazzi, Domenico De Masi, Carlo Rossella, Giordano Bruno Guerri, Aldo Busi,
Maria Venturi, Natalia Aspesi. Su RaiDue è stato autore e inviato di “Futura
city”; su RaiUno, all’interno di Tg1 libri, è stato autore e conduttore
dell’”Aforisma del ComuniCattivo”. In qualità di massmediologo ed esperto di
linguaggi e comunicazione è commentatore in numerosi programmi televisivi.
La sua
attività è rivolta al mondo della comunicazione nella sua globalità. Tiene
corsi, master e seminari di giornalismo, linguaggi radiotelevisivi,
comunicazione pubblica e d’impresa in numerosi enti pubblici, privati e
istituti universitari (facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università
La Sapienza di Roma, Scuola di specializzazione in giornalismo Luiss,
Università Iulm, Università degli studi di Roma Tor Vergata, Istituto Europeo
di Design, Scuola superiore della pubblica amministrazione della Presidenza del
Consiglio dei ministri, Università degli studi di Palermo, Quality college del
Consiglio nazionale delle ricerche - Cnr, Business school Il Sole24Ore, Campus
Mediaset, Link Campus university, Istituto di formazione per la pubblica
amministrazione – Formez – Roma). Per l’Università degli studi di Udine ha
ideato il primo corso italiano sull’“Informazione radiotelevisiva nell’era
crossmediale attraverso l’infotainment”. Attualmente è docente di Teoria e
tecnica del linguaggio radiotelevisivo all’Università di Roma Tor Vergata. Il
suo sito ufficiale è www.igorrighetti.it
Il
libro contiene gli interventi di:
Michele
Francesco Afferrante (giornalista professionista, autore radiotelevisivo e critico
cinematografico, ha insegnato presso la Cattedra di Estetica - Istituto di
Filosofia - dell’Università degli Studi di Perugia e la Scuola di giornalismo
radiotelevisivo di Perugia)
Lorenzo
Beccati (scrittore, autore televisivo di molti programmi di successo
come Drive in, Lupo solitario, Paperissima, Cultura moderna e Striscia la
notizia. È anche la voce del Gabibbo)
Riccardo
Berti (direttore canali di pubblica utilità Rai Isoradio)
Onorevole
Italo Bocchino (vicepresidente vicario dei deputati del Popolo della libertà)
Roberto
Boscolo (vice presidente esecutivo di Boscolo Hotels)
Umberto
Brindani (giornalista professionista, è stato direttore dei settimanali
Gente, Chi, Tv Sorrisi e canzoni. È condirettore di Oggi)
Paolo
Calamandrei (direttore generale Gruppo Testi Spa, marchi Rebecca e
Kris)
Paolo
Calvani (direttore comunicazione e immagine Mediaset)
Daniele
Capezzone (portavoce Pdl e direttore editoriale agenzia di stampa Il
Velino)
Aldo
Cernuto (copywriter, direttore creativo esecutivo)
Gianluca
Comin (giornalista professionista, direttore relazioni esterne
Enel e presidente della Federazione relazioni pubbliche italiana – Ferpi)
Gianfranco
Conte (presidente Iperclub Spa)
Maurizio
Cossalter (amministratore delegato Terme di Saturnia Spa & Golf resort)
Domenico
De Masi (professore ordinario, titolare della cattedra di Sociologia
del lavoro all’Università di Roma La Sapienza)
Francesca di Carrobio (amministratore delegato Hermès Italia)
Giuseppe
Di Piazza (direttore settimanale Corriere della Sera Magazine)
Paolo
Di Prima (è stato responsabile dei rapporti con i media nazionali in Sip
e poi in Telecom Italia, responsabile stampa di Poste italiane e attualmente è
responsabile Comunicazione corporate, informazione e stampa di Air One)
Gino
Falleri (componente della giunta della Fnsi e presidente nazionale del
Gus, Gruppo uffici stampa)
Furio
Garbagnati (presidente Weber Shandwick Italia e presidente Assorel)
Onorevole
Paolo Gentiloni (responsabile nazionale area comunicazione Partito democratico)
Max
Giovagnoli (direttore della Laurea specialistica in Cross-media
communication alla Link Campus University di Roma. È media consultant
per broadcaster nazionali e autore di romanzi e saggi sulle nuove frontiere
della comunicazione e del racconto)
Giampiero
Gramaglia (direttore agenzia di stampa Ansa)
Luigi
Grella (direttore mensile Men's Health)
Fiamma
Izzo (direttore del doppiaggio Pumais Due)
Giovanna
Manzi (direttore generale Best Western Italia)
Filippo
Mauceri (autore radiotelevisivo, regista e sceneggiatore
cinematografico, con la sua casa di produzione indipendente ha realizzato
documentari etnografici e cortometraggi. Per 13 anni ha prestato la sua
consulenza per il programma satirico “Striscia la notizia” di Antonio Ricci)
Giuseppe
Mazzei (direttore dei Rapporti Istituzionali di Allianz, già
vicedirettore del Tg1 e quirinalista del Tg2 è stato condirettore della Scuola
di giornalismo della Luiss. È docente a contratto all’Università La Sapienza di
Roma e in vari Master)
Onorevole
Giorgia Meloni (ministro della Gioventù)
Enrico Menduni (professore ordinario di “Culture e formati della televisione
e della radio” e di “Media digitali” al Dams
dell’università Roma Tre)
Candida
Morvillo (direttore settimanale Novella 2000)
Stefano
Orsucci (direttore Sky1 e Sky Show)
Marco
Palmieri, ceo Piquadro Spa
Francesco
Pira (giornalista professionista, docente di Comunicazione e relazioni
pubbliche, ricercatore in sociologia dei processi culturali e comunicativi alla
facoltà di Lingue e letterature straniere dell'Università degli studi di Udine)
Onorevole
Ermete Realacci (ministro dell'Ambiente del Governo ombra Pd)
Luca Roda (amministratore delegato Roda cravatte)
Sergio
Rodriguez (group creative director Leo Burnett Italia)
Daniele
Rosa (direttore comunicazione Bayer Italia)
Adriana
Sabbatini (casting director di cinema e fiction – L’uomo sbagliato, Tre
metri sopra il cielo, L’ultimo Padrino, Maria Montessori, Alcide De Gasperi, Il
capo dei capi)
Maurizio
Sala (copywriter, vicepresidente Armando Testa)
Antonio
Scuderi (giornalista professionista, direttore centrale contenuti e
coordinamento editoriale De Agostini editore, è stato vicedirettore del
quotidiano La Notte e direttore dell'emittente televisiva SeiMilano)
Francesca
Senette (giornalista professionista e conduttrice televisiva)
Silvestro
Serra (direttore Gente Viaggi)
Vito
Sidoti (autore, regista e inviato di diversi programmi, attualmente è
impegnato a RaiDue come autore delle trasmissioni Italia allo specchio e Sulla
via di Damasco. È stato autore anche di Unomattina, Italia sul 2 e Ferite
d’Italia)
Sergio
Talamo (giornalista professionista e docente in comunicazione,
direttore Ufficio comunicazione ed editoria Formez)
Lamberto
Vallarino Gancia (presidente Gancia)
Maria
Venturi (giornalista professionista e scrittrice)
Italo
Zucchelli (direttore creativo della linea Calvin Klein Collection uomo)
Gli estratti
Per
un’informazione di qualità
Fare il
giornalista significa esercitare un mestiere affascinante ma molto
difficile,
soprattutto in considerazione della situazione attuale che vede
un alto
numero di precari e di disoccupati. Come se non bastasse
l’intero
settore dell’informazione è in crisi per il suo dilatarsi sul piccolo
schermo
dove si improvvisano giornalisti personaggi come Celentano,
Benigni
o Panariello. Una invasione di campo a cui si deve rispondere
con una
sempre maggiore preparazione culturale dei professionisti
dell’informazione
perché soltanto il giornalista preparato può avere la capacità
di interloquire con le fonti senza essere ingannato dalle stesse.
E il
giornalista, con la sua preparazione e la sua autonomia può tendere
alla
verità, può discernere tra le tante versioni, le tante parole, le tante
prospettive.
Il fatto è che oggi non è più il giornalista a cercare le notizie,
ma sono
le notizie che cercano il giornalista. Internet ha cambiato il
mestiere
e messo in difficoltà la nostra professione. Abbiamo di fronte
una
sfida che dobbiamo affrontare e vincere e per farlo occorre puntare
sulla
qualità dell’informazione il cui processo è tanto veloce che soltanto
un
giornalista dalle capacità adeguate può stare al passo con il tempo.
Occorre
quindi studiare, andare all’università, non abbandonare i libri
prima
di cominciare a lavorare.
L’Ordine
dei giornalisti si preoccupa di concordare con gli atenei un
programma
e dei moduli di programma che mettano gli studenti nelle
condizioni
di poter acquisire un background culturale adeguato e di padroneggiare
i
sistemi di produzione siano essi radiofonici, televisivi,
della
carta stampata o dello spazio web. Anche il successo dei corsi di
laurea
in Scienze della comunicazione costituisce un segnale del mutamento
che
incalza la professione dell’informazione nel quadro di un generale
ampliamento
delle aspettative maturate nei confronti della formazione.
Ed è in
questo contesto che il libro di Igor Righetti bene si inserisce
sviluppando
con il lettore una relazione interattiva, basata su conoscenze,
ricerche
e percorsi professionali vissuti in prima persona. È,
la sua,
una raccolta di saperi, preziosa testimonianza di esperienze alla
quale
partecipano, ognuno per la propria parte professionale, tutti gli altri
personaggi
chiamati a dare il proprio autorevole contributo di conoscenza.
Concordo
pienamente con Righetti anche nel sostenere la complementarietà
tra la
teoria e la pratica. La multimedialità richiede l’assoluta
centralità
della scrittura per chiunque si avvicini alla professione
dell’informazione
e la “via universitaria” è indispensabile. Il processo
inarrestabile
dell’evoluzione tecnologica offre nuove prospettive e nuovi
spazi
moltiplicando le possibilità di accesso all’attività giornalistica,
ma c’è
anche bisogno di una maggiore professionalità nella comunicazione
da parte
di tutti gli operatori dell’informazione.
Massimo
Egidi
rettore
Università Luiss “Guido Carli”
Comunicare
è vivere
La vita
nel nostro pianeta è costituita da una grandissima varietà di esseri,
dai più
piccoli formati da una sola cellula ai più complessi organismi
vegetali
e animali. Tutti presentano caratteristiche comuni o simili
di
funzionamento: spesso sono formati da molecole che si ripetono
identiche
nei diversi viventi; certamente una delle caratteristiche presenti
in
tutti è la capacità e la assoluta necessità di comunicare. Infatti
ogni
essere vivente è un sistema “aperto”: deve scambiare con l’ambiente
esterno
tutto ciò che gli serve, o non gli serve più, per vivere; ma
per
scambiare in modo utile è necessario comunicare. Tale comunicazione
avviene
negli esseri più semplici tramite piccole molecole che influenzano
i loro
comportamenti. Man mano che nella evoluzione si passa
ad
organismi più complessi cresce in parallelo la complessità della
comunicazione
che però riguarda per la massima parte necessità primarie
quali
la ricerca di cibo, la riproduzione, la difesa da pericoli.
Gli
etologi e gli studiosi di biologia evoluzionistica da anni studiano
i
linguaggi che gli animali usano per comunicare: le danze delle api, i
riti di
corteggiamento, il canto degli uccelli, i suoni emessi da ciascuna
specie,
da cui traggono analogie con la comunicazione umana; tuttavia,
anche
se ormai da tempo essi hanno sloggiato la specie umana dalla
sommità
dell’albero evolutivo, rimane incontestabile come per l’uomo
la comunicazione
assuma aspetti ben al di là dei bisogni fisiologici
primari.
Tale è
l’importanza della comunicazione per la specie umana, che per
essa si
è dovuto inventare, unica tra tutte le altre, un mezzo per renderla
meno
effimera, non legata alle onde sonore: la scrittura.
Per
migliaia di anni il veicolo prevalente della comunicazione è stata
la
tradizione orale e quindi la distanza che poteva raggiungere era legata
allo
spostamento delle persone, così come il tempo necessario affinché
una
notizia potesse giungere all’orecchio degli interessati: rimane
impressa
nei secoli la eroica impresa dell’ateniese Fidippide che morì
stremato
dalla fatica di correre per annunciare ai suoi concittadini la vittoria
sui
Persiani a Maratona.
L’invenzione
della stampa ebbe l’effetto di volgere a favore della
scrittura
il compito principale della diffusione delle notizie; ciò ha comportato
per
quasi cinque secoli la creazione di un solco tra chi sapeva e
chi non
sapeva leggere, una sorta di aristocrazia della comunicazione
che tra
l’altro ha creato in molti paesi, tra cui il nostro, anche per la tenace
persistenza
dei dialetti, una notevole differenza tra la lingua scritta
e la
lingua parlata.
L’invenzione
della radio da parte del nostro Marconi ha di nuovo riportato
la
preminenza della comunicazione orale su quella scritta: come
ampiamente
riportato in questo libro, la radio e poi la televisione,
hanno
rivoluzionato il mondo della comunicazione creando quello che
comunemente
si definisce il “villaggio globale” con influenze profondissime
sulla
lingua, sui costumi, sui gusti di tutti. Ciò spiega perché
siano
sorti anche corsi universitari aventi per oggetto le scienze e le tecniche
della
comunicazione e perché il successo, talvolta eccessivo, di
questi
corsi non possa prescindere dal coinvolgimento di professionisti
come
Igor Righetti, autore del presente libro che fornisce agli studenti
non
solo una ampia presentazione dei problemi e delle tecniche inerenti
i vari
tipi di comunicazione, ma proprio in conseguenza della sempre
maggiore
specializzazione, dà voce ad autorevoli protagonisti nei diversi
aspetti
oggi essenziali per la comunicazione.
Credo
che la lettura, e ancor più lo studio di questo volume, sia importante
per chi
desidera intraprendere una carriera nel campo della comunicazione,
ma più
in generale per chiunque abbia la necessità di farsi
comprendere
e possibilmente convincere gli interlocutori.
Io
stesso, come professore universitario, ho trovato utili spunti per
migliorare,
almeno lo spero, la mia capacità di attrarre l’attenzione degli
studenti
sulla mia disciplina, che spesso non trova grande apprezzamento
tra i
futuri medici.
Ringrazio
per questo Righetti, vulcanico e coinvolgente comunicatore,
che ha
avuto la cortesia di chiedermi alcune righe di presentazione,
di cui
certamente egli e il suo libro non avevano necessità.
Lorenzo
Del Boca
presidente
del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti
Informare
raccontando
Comunicazione
e giornalismo, un binomio apparentemente ridondante.
Entrambi,
infatti, sono caratterizzati dalla inalienabile ricerca della
chiarezza
e distinzione di cartesiana memoria, come entrambi dovrebbero
hegelianamente
far tesoro della coincidenza tra verità e realtà: ma,
come
sappiamo, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno! Accade
così
che spesso sia la lucidità espositiva e la correttezza informativa
si
eclissino nella pratica professionale tra il momento della formazione
e
quello dell’attività quotidiana.
Bene
fa, dunque, Igor Righetti, che non difetta in nessuna delle due,
anzi ne
enfatizza, spesso provocatoriamente, le caratteristiche etiche,
usando
con sapiente intelligenza l’arma dell’ironia critica, a costruire
un
testo “scolastico” che, raccogliendo testimonianze ed esperienze, dà
una
visione articolata e “plurale” di una professione che nell’appiattimento
della
sua banalizzazione, va perdendo il gusto dell’intellettualità.
Il
giornalista, come il “comunicatore” – se mai è possibile farne una
figura
professionale differenziata – sono la versione contemporanea del
sofista
dell’età classica: lo sono di certo per l’aspetto “professionale”,
essendo
stati i sofisti i primi intellettuali che usavano l’intelligenza e la
parola
– in un’espressione felicemente sintetica, il logos – come strumento
per la
sopravvivenza, in altre parole, che si facevano pagare, che
offrivano
cioè la loro attività intellettuale in cambio del necessario per
vivere.
Giornalisti e “comunicatori” sono, però, i sofisti della nostra età,
anche
perché sono per mestiere, e per vocazione insieme, gli ermeneuti
vocianti
di un tempo poco disponibile ad ascoltare, con paziente attenzione,
le urla
di una informazione tanto strillata, quanto rumorosamente
inespressiva.
Il
“gusto dell’intellettualità” sta proprio in questo interstizio: sta,
cioè,
nella capacità di farsi intelligente portavoce, senza mediazioni ipocrite
e
servili, di una società e di una cultura politica, sociale, economica,
civile
(ma anche scientifica, letteraria, perché no?, sportiva) tanto
per il dovere
di informare, quanto per il gusto di raccontare. Informare
raccontando:
è questa la cornice che chiude l’icona del sofista del nostro
tempo,
del giornalista, come del comunicatore, di coloro che, cioè,
sanno
stare nel mezzo di una civiltà sapendosi mimetizzare, senza mai
diventare
come i camaleonti, ma, nello stesso tempo, esprimendo in
modo
possente la loro visione, chiara e distinta, di una realtà che non
può mai
essere traviata dal pregiudizio o dall’ideologia, dagli stereotipi
come
dalle idolatrie, ahimè!, baconianamente plurali.
In
poche parole, la differenza tra questa visione etica della propria
professione
giornalistica o di comunicatore e un mestiere che si avvicina
di più
ai cortigiani di verdiana memoria – cortigiani, vil razza dannata!
– è la
stessa che passava, nel V secolo a.C., tra Socrate e i sofisti:
oggi
come ieri, sono gli uomini che fanno la storia. Speriamo soltanto
che,
fra qualche secolo, chi scriverà la storia del nostro tempo possa ritrovare
un
Socrate degno del filosofo ateniese del V sec. a.C., giacché di
sofisti
nell’accezione entropica del termine ne troverà anche troppi.
Quest’opera
vuole contribuire a prendere proprio queste misure: Igor
Righetti
ne ha di sicuro le capacità.
Alessandro
Finazzi Agrò
Università
di Roma Tor Vergata
Premessa
La
peculiarità del libro è data dalla concretezza del pensiero; l’obiettivo
è
quello di fornire gli strumenti utili per poter operare nei campi
della
comunicazione e del giornalismo. Igor Righetti, docente di Teoria
e
tecnica del Linguaggio radiotelevisivo all’Università di Roma Tor
Vergata,
riversa in questo volume i suoi oltre vent’anni di esperienza
come
giornalista di carta stampata, autore e conduttore radiotelevisivo,
sperimentatore
di nuovi format e nuovi media, dirigente di multinazionali
in
qualità di capo ufficio stampa e web content manager e di
direttore
comunicazione di grandi società italiane, attore di cinema e
di
fiction. Nel volume intervengono anche quarantasette professionisti
illustri
che insegnano il “saper fare”, aprono la propria cassetta degli
attrezzi
per farvi attingere tutti coloro che sono interessati a svolgere
una
delle tante professioni inerenti il mondo della comunicazione e
del
giornalismo. In questo modo si capitalizzano le esperienze e si
mette
in condivisione il qualificato know-how. L’unicità dell’opera è
conferita
da un format editoriale costituito da un workshop “aperto”,
in cui
non viene trasferita l’esperienza del singolo “opinion leader” ma
l’approccio
è di tipo corale per coglierne i differenti punti di vista, le
diverse
tecniche e le sfaccettature relazionali. Professionisti di successo,
spesso
noti al grande pubblico, che forniscono competenze applicate
e
innovazione, sempre aggiornati sui nuovi strumenti, le tecniche,
le
tendenze dello stile, del gusto e del mercato. Forniscono consigli
preziosi
e svelano segreti per evitare di cadere negli errori più frequenti. Vengono
così
messe in luce le diversità dei mezzi, delle tecniche e
dei
linguaggi.
Un
volume indispensabile per gli studenti delle facoltà di Scienze
della
comunicazione, Scienze politiche, dei corsi di laurea in Relazioni
pubbliche,
delle scuole di giornalismo, pubblicità, design, moda. È importante
anche
per i professionisti della comunicazione (giornalisti, autori
e
conduttori radiotelevisivi, attori, imprenditori, manager, addetti
stampa/media
relations, direttori comunicazione, pr, direttori creativi,
designer,
addetti urp, politici, consulenti di comunicazione). Un libro
utile,
inoltre, a tutti coloro che vogliono capire i meccanismi che regolano
il
mondo della comunicazione e dell’informazione.
Giovanni
Puglisi
rettore
della Libera Università di Lingue
e
Comunicazione IULM di Milano
La
comunicazione d’impresa alla prova del web
Gianluca
Comin*
giornalista
professionista, direttore relazioni esterne Enel e presidente
della
Federazione relazioni pubbliche italiana – Ferpi.
Il modo
in cui le imprese interpretano e utilizzano la comunicazione ha
subìto
mutamenti profondi. Se in piena epoca fordista, la comunicazione
aziendale
veniva concepita come leva della produzione, nelle moderne
economie
complesse, segnate dalla globalizzazione dei mercati e
dalla
loro conseguente imprevedibilità, la comunicazione assume un
ruolo
assolutamente basilare.
Nello
specifico, non mantenere efficaci ed efficienti rapporti con una
serie
eterogenea di attori significa semplicemente non stare sul mercato,
perdere
ogni punto di riferimento reale per l’azione strategica. Nell’epoca
del
societing, dunque, solo ponendosi in relazione si potrà essere
vincenti;
solo sviluppando una “connettività” all’interno e all’esterno
dell’organizzazione,
si potrà instaurare un legame inscindibile tra l’organizzazione
stessa
e gli stakeholders. Le aziende si muovono infatti all’interno
di un
network sempre più complesso, fatto di processi e di relazioni
in
continuo mutamento.
Mancanza
di informazioni sul valore percepito dai pubblici di riferimento,
perdita
di knowledge sullo status del proprio mercato, non corretta
comprensione
dei bisogni e delle necessità dei partner, in parole
povere
la totale mancanza di dati in grado di gettare una luce sui comportamenti
dei
competitors: questi sono solo alcuni dei “mali” correlati
a
politiche comunicative inefficaci.
In
questo scenario mutevole, è facile intuire il ruolo assunto dalle new
technology.
Blog, social network, tecnologie wiki, il peer to peer, non
sono
soltanto potenti strumenti di comunicazione in grado di fornire, al
singolo
o a gruppi, piattaforme tecnologiche intrinsecamente sociali,
cioè
capaci di favorire forme di socialità inedite sia dal punto di vista
spaziale
che temporale, ma rappresentano nuovi strumenti per intercettare
gusti e
controllare i flussi di informazione generati dagli utenti.
Del
resto basta dare soltanto una fuggevole occhiata ad alcuni dati
Nielsen
per rendersi conto di quanto Internet sia entrato nelle nostre vite.
Nel
mondo ci sono 1,3 miliardi di persone connesse, le persone passano
il 20%
del proprio tempo on-line, sono circa 200 milioni le persone
che
visitano i social network dal telefonino, sono attivi 110 milioni di
blog e
ogni secondo ne nasce uno nuovo.
Persino
nel nostro Paese, tradizionalmente dominato dai media generalisti
e più
restio a pratiche di innovazione nei consumi culturali, l’onda
lunga
del web sta modificando le abitudini comunicative dei soggetti.
Quasi
28 milioni di persone navigano su Internet, di queste 20 milioni
utilizzano
la Rete per cercare informazioni e condividere opinioni. Ci
sono
poi circa 3 milioni di blog e ben 5 milioni di utenti creators, ovvero
produttori
autonomi di contenuti.
Clienti,
mezzi d’informazione, fornitori, e anche competitors. Sono
tutti
portatori di interessi competenti, attivi, in grado di raccogliere
informazioni,
farsi
un’opinione (anche utilizzando il web) e confrontarsi.
Di
conseguenza, il problema per le imprese non è tanto se utilizzare o
no il
web, ma come farlo. Attraverso il web le aziende hanno la possibilità
di
interagire direttamente, senza mediazione alcuna, con un vasto
pubblico
di utenti altamente segmentati per provenienza geografica, genere,
età,
professione, cultura, interessi, bisogni espliciti e impliciti.
Utilizzando
e monitorando i nuovi strumenti di comunicazione, le
imprese
possono prendere spunto dal comportamento sociale concreto
(non
soltanto affidato a studi e ricerche commissionate ad hoc) dei propri
clienti
attuali/potenziali. Basti pensare alle branding communities:
oggi
attraverso le piattaforme di social software on-line è molto più facile
tracciare,
studiare, ma prima di tutto osservare il comportamento
sociale
e l’emergere delle tendenze in termini di consumo, gusto, preferenze
ecc.
L’avvento
della grande conversazione on-line – sui forum prima, con
il
confronto nei blog e la partecipazione all’interno dei social network,
poi –
ha offerto un microfono e una platea a milioni di persone.
(…)
PARTE
SESTA
La
comunicazione politica
CAPITOLO
26
L’evoluzione
del linguaggio della politica
Italo
Bocchino
*
Onorevole Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Popolo della libertà.
In
Italia, negli ultimi 15 anni, abbiamo assistito a una vera rivoluzione
nella
comunicazione politica. Se pensiamo a come fosse ingessato il
modo di
comunicare di governo, maggioranza e opposizione nella Prima
Repubblica
o al modo di informare del giornalismo politico dell’epoca,
ebbene,
sembrano passati anni luce. E invece si parla soltanto di
tre
lustri. Intervallo di tempo, però, in cui è successo di tutto: la caduta
del
vecchio sistema politico sotto i colpi delle indagini di Tangentopoli;
la
crisi del pentapartito; la scomparsa dei partiti tradizionali dell’area
governativa
(Democrazia cristiana, Partito socialista e gli altri minori
che
componevano il pentapartito) e il cambiamento di pelle dei partiti
dell’opposizione
(a sinistra la svolta della Bolognina con la fine del Pci
e la
nascita del Pds, a destra la svolta di Fiuggi con l’archiviazione del
Movimento
sociale e la fondazione di Alleanza nazionale). Ma soprattutto
la
discesa in campo di un comunicatore “professionista”, Silvio
Berlusconi:
tycoon che aveva fatto della televisione commerciale il suo
core
business, e che decide, alla fine del 1993, di cimentarsi nell’agone
politico
cambiando profondamente le regole della comunicazione politica
e
dell’attrazione del consenso. E costringendo tutti gli altri partiti –
quelli
a lui alleati e quelli a lui avversi – ad adeguarsi a un nuovo alfabeto.
Molto
più simile al marketing pubblicitario che non agli schemi
tradizionali
utilizzati dalla politica per quarant’anni.
Ma
vediamo cos’era la comunicazione politica in Italia prima della
rivoluzione
degli anni Novanta: il manifesto, il comizio, la tribuna elettorale,
il
porta a porta nel collegio di elezione. I partiti, per via della tradizione
ma
anche a causa di un diverso sistema di voto, avevano bisogno
di un
rapporto diretto con l’elettore. Immediato, intimista. Fino a
tutti
gli anni Ottanta, il luogo della politica è ancora la piazza, l’agorà,
dove il
contatto tra i leader e la gente deve necessariamente essere diretto.
Per
farsi conoscere, per far conoscere le sue idee, il politico utilizza
il
contatto vis à vis. Tiene comizi nelle piazze, incontra persone,
stringe
mani. La politica è fisicità. Lo è necessariamente: il sistema
elettorale
prevede il proporzionale puro con la preferenza. Va da sé che
chi si
candida ha l’obbligo di mettere in fila, uno per uno, tutti i suoi
elettori
se vuole andare in Parlamento. Curiosità: fino alle elezioni politiche
del
1992 si vota indicando il numero sulla scheda. Ciò ha un impatto
sui
manifesti e la propaganda. Dove il dato numerico prevale su
quello
alfabetico. Ed ecco l’altro strumento dei battage d’altri tempi: il
manifesto.
Le affissioni sono molto importanti come attestato di presenza.
Per far
sapere all’elettore, in assenza di altri mezzi di comunicazione,
che
quel dato personaggio della società civile si candida. O che
quel
dato politico torna a chiedere il consenso dell’elettore. O che quel
leader
di caratura nazionale ha scelto un collegio piuttosto che un altro
per
essere rispedito in Parlamento. Provate a scovare un manifesto di
venti
anni fa. La comunicazione è semplice. Minimale. Poche indicazioni,
pochissime:
il nome del candidato (e/o il numero corrispondente
sulla
scheda), il simbolo del suo partito, la tipologia di elezione (Camera,
Senato,
Regionali ecc.). Quasi mai, alle informazioni base del manifesto,
si
aggiunge uno slogan, un impegno o magari il “pay off ” di una
campagna
nazionale del partito. Ciò perché la politica non ha ancora
mutuato
il linguaggio complesso della pubblicità. Perché a occuparsi
della
comunicazione sono quasi sempre uomini dell’apparato di partito
e non
comunicatori di professione. Ma la storia sta per cambiare. Drasticamente.
(…)
CAPITOLO
27
Gli
errori di comunicazione politica
Daniele
Capezzone*
*
portavoce Popolo della Libertà e direttore editoriale agenzia di stampa “Il
velino”.
Parlare
di comunicazione e di politica significa – in un modo o nell’altro
–
esaminare le due facce di una stessa medaglia. In Italia – poi –
questo
è vero in modo speciale, anche a causa di una “contiguità” sociologica
(molto
“romana”, detto brutalmente) tra i protagonisti del
giornalismo
e quelli della politica, che si danno sistematicamente del tu,
frequentano
gli stessi luoghi, e – a ben vedere – “sono” la stessa “cosa”,
senza
quella barriera, quell’intercapedine, quella distanza, che, per
esempio
nel mondo anglosassone, consente al “quarto” e al “quinto”
potere
di essere davvero “altro” rispetto al ceto politico.
I
politici italiani – poi – commettono un errore drammatico, a mio
avviso.
Con rare eccezioni, sembrano pressoché esclusivamente preoccupati
di
“esserci” solo nei luoghi e negli spazi tradizionali della comunicazione
politica
(per un verso, i “pastoni” dei tg; per altro verso, le
trasmissioni
di approfondimento politico), dimenticando che queste
presenze
servono davvero a poco. Nel caso dei “pastoni”, segnalano solo
l’esistenza
in vita del “dichiarante” di turno, con scarsissima capacità
di
trasmettere qualcosa allo spettatore; nel secondo caso, invece, occorrerebbe
tenere
presente che gli spettatori sono sempre gli stessi (non
moltissimi,
peraltro), politicamente già schierati, e naturalmente portati
soltanto
a “fare il tifo” per la propria squadra. Come diceva lo slogan
pubblicitario
di un vecchio brandy, storico sponsor radiofonico di “Tutto
il
calcio minuto per minuto”: “Se la vostra squadra ha vinto, brindate
con...;
se la vostra squadra ha perso, consolatevi con...”. Ecco, gli spettatori
delle
trasmissioni di approfondimento politico appartengono a
questa
tipologia: hanno già un’opinione ben radicata, e difficilmente
“spostabile”
o modificabile, e si limitano a gioire o a soffrire con la propria
“squadra”.
Tutte ragioni che dovrebbero indurre i politici a essere
meno
ossessivamente legati a quegli spazi, e a cercare percorsi innovativi
di
comunicazione. Il che accade molto poco, per la verità.
Manca,
più in generale, la capacità di ragionare sulla “dieta mediatica”
degli
italiani, cioè sull’insieme del consumo di informazione che
avviene
nel nostro Paese. Dei telespettatori “politici” si è già detto; i lettori
di
giornali sono sempre 6 milioni (dal 1948 ad oggi!): insomma,
possibile
che la politica si ponga così poco il problema di entrare in
contatto
con gli “altri” 50 milioni di persone? Manca un progetto culturale
(e – lo
dico senza falsi pudori – anche di marketing) capace di raggiungere
quella
immensa massa di cittadini e di elettori, in genere concentrati
nelle
immense periferie urbane, a cui quasi nessuno sembra interessato
a
parlare. Gli schizzinosi non si scandalizzino: forse l’unica
operazione
culturale innovativa e ambiziosa capace di parlare alle periferie
e al
pubblico meno “politico” è quella compiuta dai programmi di
Maria
De Filippi, intelligentemente giocati sul riconoscimento, sulla
identificazione
tra chi è in studio e chi guarda da casa. E la politica?
Molto
spesso, neppure coglie il tema. C’è un’eccezione, che riguarda
Silvio
Berlusconi: se ne può essere ammiratori oppure odiatori, ma – in
entrambi
i casi – va riconosciuta e studiata la sua capacità di rivolgersi
al 100%
del Paese. Ma, al netto di questa eccezione legata alle caratteristiche
speciali
di una personalità così sintonizzata su lunghezze d’onda
di
massa, non si vedono leader politici consapevoli della questione.
(…)
CAPITOLO
28
La
nostra società si sta trasformando molto più
di
quanto la politica le riconosca
Paolo
Gentiloni*
responsabile
nazionale area comunicazione Partito democratico.
Alle
primarie dei Democratici Usa vinte da Barack Obama per la candidatura
alle
elezioni presidenziali 2008 hanno preso parte quasi quaranta
milioni
di americani. Una partecipazione record, condotta con grande
dispiegamento
di valori, combattuta in ogni angolo degli Stati uniti. Noi
italiani,
affetti per anni da un complesso di superiorità europea e da una
grande
diffidenza verso l’“americanizzazione” della politica, non possiamo
che
invidiare una sfida tanto partecipata. La cavalcata dell’outsider
Obama
può, a mio avviso, aiutarci a riflettere sulla fase politica del
nostro
Paese.
La
nostra società si sta trasformando molto più profondamente di
quanto
la politica le riconosca. Chi in questo momento si sente “forte”
pensa
di non dover accogliere il nuovo ma piuttosto resistere ed arroccarsi
sui
propri privilegi, aggregandosi, sull’onda di spinte corporative,
a ceti
e categorie sociali “garantite”.
A
fronte di questi blocchi sociali, emergono però sempre più soggetti
che non
appartengono ad alcuno dei gruppi preesistenti come, per
esempio,
i giovani precari, i lavoratori autonomi, i nuovi professionisti,
le
piccole imprese della new economy e del “social networking”, tutti
portatori
di nuovi valori, tutti estremamente dinamici.
La
nuova, necessaria fase politica deve a mio avviso rivedere profon-
*
Onorevole Paolo Gentiloni, responsabile nazionale area comunicazione Partito
democratico.
damente
le modalità di formazione del consenso dei cittadini nella partecipazione
democratica
alle scelte per il Paese.
La
televisione generalista ancora oggi è determinante nella formazione
degli
orientamenti dell’opinione pubblica. Non è casuale che Berlusconi,
che
possiede la metà del sistema tv italiano e che sull’altra metà
esercita
un’influenza non trascurabile, in questi quindici anni abbia vinto
tre
volte le elezioni e – nel 2006 – ne abbia quasi pareggiato una.
Il
controllo della televisione in Italia, dove non è mai esistita prima
una
cultura del marketing politico, ha permesso a Berlusconi – in questo
un grande
innovatore – l’uso consapevole e analitico degli strumenti
di
marketing. Un uso non limitato alla campagna elettorale ma continuativo.
Ultimamente,
per dirla con un’analisi di Edmondo Berselli
«…il
governo e i ministri più popolari sono riusciti, chissà se per intenzione
esplicita
o per un caso fortunato, a imporre un modello, una forma
specifica
di comunicazione. Anzi, un format. Come in un programma
televisivo
di successo…, sono riusciti a trasmettere un contenuto
secondo
modalità standardizzate, di tipo essenzialmente mediatico-televisivo,
e
quindi a mettersi in comunicazione con il pubblico…».
I
sondaggi riconoscono ancora al governo Berlusconi un certo consenso
da
parte dell’opinione pubblica. Ma i sondaggi non dicono tutta la
verità,
perché anche quando sono fatti a regola d’arte (e non sempre è
così
vista la diffusione dei sondaggi come arma di battaglia politica –
“push
polling” – piuttosto che come strumento di analisi d’opinione), si
limitano
a fotografare lo stato dell’opinione nelle ore in cui si fanno
quelle
mille interviste telefoniche. Non è detto che la fotografia valga
per la
situazione di due giorni prima o di due giorni dopo.
E per
fortuna c’è una larga e crescente fetta di elettori italiani che nel
modello
“televisivo” tradizionale di formazione del consenso si riconoscono
sempre
meno. In primis il cosiddetto popolo della Rete, l’ultima
generazione
di navigatori, completamente immersa nella dimensione
della
partecipazione on-line. Questo è uno dei motivi di speranza e ottimismo
dei
democratici italiani.
(…)
CAPITOLO
29
I
giovani, la politica, la comunicazione
Giorgia
Meloni*
*
Onorevole Giorgia Meloni, ministro della Gioventù.
Negli
ultimi anni si sono verificati molti cambiamenti di natura politica,
sociale
ed economica che hanno modificato il nostro modo di vivere, di
pensare
e di agire.
Tra le
categorie sociali maggiormente coinvolte in questo processo di
cambiamento
ci sono sicuramente i giovani. La necessità di effettuare
una
riflessione sul rapporto tra politica e giovani nasce dal fatto che oggi,
in
un’epoca di profondi mutamenti e di forte disorientamento valoriale,
termini
come democrazia, cittadinanza, responsabilità sociale,
sembrano
aver perso il loro profondo significato e richiedono pertanto
un
nuovo impegno educativo.
Le ultime
ricerche hanno messo in luce in maniera molto netta,
un’allarmante
apatia e una crescente disaffezione dei giovani nei confronti
delle
istituzioni, soprattutto politiche.
Solamente
in Italia oltre il 70% dei giovani è poco o per niente interessato
alla politica,
in quanto nutre sentimenti di sfiducia e diffidenza
nei
confronti di chi li rappresenta. Vengono percepiti come personaggi
distanti,
anche da un punto di vista anagrafico, non in grado di recepire
e
interpretare le loro esigenze. Ci troviamo di fronte a un allontanamento
e a un
coinvolgimento sempre più basso nei confronti della politica
che si
collega sia alle modalità con cui i politici comunicano e si relazionano
con gli
elettori, sia ai contenuti che propongono. Per quanto riguarda
la
comunicazione, i messaggi che arrivano ai giovani sono molto
spesso
vaghi e complicati, mentre i contenuti vengono percepiti come
poco
significativi, incapaci di risolvere situazioni strutturali di particolare
gravità.
È comune l’opinione tra i ragazzi che il pianeta della politica
sia un
mondo chiuso, autoreferenziale, dedito esclusivamente a interessi
personali,
del tutto privo di una missione civile. Ai politici si rimprovera
una
certa “miopia” e la mancanza di una “cassetta degli attrezzi”
moderna
ed adeguata. La responsabilità maggiore non grava sui singoli
esponenti
politici, come sarebbe anche giusto, ma sui partiti che
pure
dovrebbero essere percepiti come l’indispensabile cinghia di trasmissione
tra il
popolo e coloro che devono assumerne, pro tempore, la
guida
pubblica. In un tale clima di sfiducia, potrei dire “di pancia” piuttosto
che di
testa, si innesta una situazione congiunturale di straordinario
pessimismo
sul piano personale e professionale. Ne deriva l’autoemarginazione.
Molti
ragazzi di oggi hanno preferito per lo più chiudersi
nel
loro privato, convinti che la società non sia capace di offrire loro
opportunità
interessanti, prospettive di ampio respiro e coinvolgimento,
ma
rappresenti solo un contesto con cui scontrarsi quotidianamente senza
per altro
avere la schiettezza di combatterlo frontalmente. Ora, fatta
l’analisi,
scevra da qualunque concessione di merito, resta da immaginare
un
eventuale cambio di direzione. Anche in altre nazioni si verifica
il
medesimo fenomeno di disaffezione e le soluzioni praticate sono state
diverse.
Per esempio, abbiamo assistito negli Usa, in occasione delle
elezioni
presidenziali, a intense campagne di sensibilizzazione al voto
nei
confronti dei giovani americani. “You declare!” oppure “Rock the
vote”
sono stati i titoli delle due più importanti. Sono stati coinvolti i
personaggi
più amati del mondo della tv, della musica, dello sport e del
cinema,
sono stati mobilitati fondi imponenti per accedere a tutti i canali
di
comunicazione più frequentati dai ragazzi e dalle ragazze del Paese.
I
risultati sono stati eccellenti (favoriti anche dall’appeal del candidato
democratico…).
(…)
CAPITOLO
31
“Non è
l’Italia che deve rialzarsi, è la politica che
deve
cambiare e risollevarsi”
Ermete
Realacci*
*
Onorevole Ermete Realacci, ministro dell’Ambiente del governo ombra Partito
Democratico.
A costo
di sembrare banale ho sempre ritenuto che siano più i contenuti
che la
forma a dover guidare la comunicazione in generale, quella politica
in modo
particolare. O meglio sono i contenuti che devono influenzare
la
forma. Per quel che mi riguarda, nella veste di responsabile
della
comunicazione del Partito democratico nell’ultima campagna
elettorale,
ho cercato di fare proprio questo. Ragionare di un’idea di
Paese
possibile e declinarla nelle azioni di propaganda. Abbiamo voluto
parlare
in modo semplice e diretto a tutti gli italiani. Dalla scelta di
correre
da soli alle elezioni contro la frammentazione dei partiti agli
slogan:
non scegliete un partito, scegliete un Paese. Volevamo guardare
in
faccia i problemi che abbiamo, senza dimenticare che assieme a questi
c’è
anche un’Italia che ce l’ha fatta e compete nel mondo. Non solo
deprimere,
insomma, ma valorizzare le straordinarie risorse che abbiamo,
dalle
tante imprese alle bellezze naturali e storico-artistiche. Quello
che
volevamo comunicare, parafrasando lo slogan dei nostri avversari,
è che
non è l’Italia che deve rialzarsi, è la politica che deve cambiare
e
risollevarsi.
Il
viaggio del pullman di Veltroni ha cercato di rispondere proprio a
questa
idea. Una cosa mai fatta in precedenza, toccare tutte le 110 province
italiane,
per fare un viaggio nell’Italia dei talenti con l’orgoglio e
l’amore
per il nostro Paese. Insieme anche la scelta di usare un linguaggio
del
corpo diverso, dal discorso fatto a Spello con la quinta di un meraviglioso
comune
italiano, senza il cerone o le luci soffuse di uno studio
televisivo.
Con Veltroni che parlava da solo dal palco con a fianco il
tricolore,
senza i notabili, e la voglia di pranzare a ogni tappa del viaggio
con una
famiglia vera.
La
prospettiva che si voleva comunicare allora, ma quel che mi concerne
lo è
tutt’oggi e lo è sempre stata, è quella di un’Italia orgogliosa,
che ha
per missione la qualità legata al territorio e al suo straordinario
patrimonio
storico-culturale, alla coesione sociale, ai saperi, alla creatività,
alle
bellezze naturali, protagonista nelle politiche per l’ambiente.
Una
prospettiva che già oggi è molto presente in tanti settori della nostra
società,
ed è convincente, ha fascino, è mobilitante. Parla all’Italia
profonda
e all’economia più competitiva.
Nella
mia esperienza, questa lettura è anche il filo conduttore che
unisce
questi decenni, a partire dalle esperienze giovanili, poi alla Legambiente,
passando
per Symbola, fino all’impegno nella politica. Un
tentativo
di vedere i problemi e affrontare le questioni, non guardando
attraverso
il buco della serratura, ma cogliendo le tante sfaccettature
che, di
volta in volta, si presentano. Sapendo che il bene e il male raramente
ci fanno
il favore di essere distinti con nettezza, ma non per questo
possiamo
esimerci dalla responsabilità di scegliere. Non fosse altro
per
ottenere quello che il mio amico Adriano Sofri chiamerebbe riduzione
del
danno.
Questa
è Legambiente che ha prodotto una visione originale dell’ambientalismo,
capace
di tradursi in iniziative “non comuni” e molto comunicabili
per
un’associazione che si occupa di ambiente. Penso quindi,
oltre
alle grandi campagne come “Goletta Verde” e “Puliamo il
Mondo”,
a terreni fino a quel momento inesplorati come quello delle
ecomafie,
del volontariato nella protezione civile, della solidarietà ai
bambini
di Cernobyl, alla più recente “Voler bene all’Italia” la campagna
per
valorizzare i territori e i piccoli comuni italiani.
(…).
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